da La disdetta

Anna Felder

Artwork by Lu Liu

1

Mi prendevano per un gatto perché facevo bene la mia parte. Un altro era un chicco d’uva nera, o un vecchio, un merlo femmina. Io ero un gatto.

Aprivo un occhio e avevo davanti una mela intera, mi bastava per riaddormentarmi, eravamo noi due soli, io e la mela, era giusto così. Chiudevo gli occhi e se li riaprivo era soltanto per scrupolo di coscienza, per dirmi «è proprio lei»: fa piacere talvolta mettersi alla prova, togliersi anche quel dubbio che non si aveva. Dopo si va avanti a occhi chiusi, è l’odore di mela che si sente da vicino, a due centimetri di distanza ma si è già dentro ormai, sotto la scorza tesa; la mela rimane liscia e intera, verde, solo che si è appiattita col muso sulle zampe, e il succo si fa caldo e pesante da sentirlo pulsare.

Erano sonni disposti su piani orizzontali, si rimaneva immobili e i piani si sostituivano a uno a uno, tavole che saranno state di plastica o di legno, il fasciatoio, l’asse da stiro, via via più grandi e immateriali ma sempre orizzontali, e vaste, simili a certe vedute dall’alto, quando di sera non si alza né si abbassa la testa da sopra i tetti, per tenere diritta nelle pupille la linea man mano più oscura dell’orizzonte.

Le voci se c’erano, o il frenare in curva di un’auto, si tendevano in fili esilissimi dentro di noi, si appiattivano in lamine sottili di carta d’argento che abbaglia alla luce.

Si entrava da una stagione all’altra senza muoversi, si sentiva venire l’umido, l’odore di mela, e l’inverno era quasi in noi, un altro di quei piani distesi per terra, avanzava e noi si stava fermi, anche le aiole rimanevano immobili sotto i rami tagliati, si ascoltava venire il gelo, il vecchio lo sentiva alle mani, si lamentava mostrando i geloni.

– La va da vecchi, – diceva, – adesso tocca a loro, – e con la mano accennava in là, ma loro non sempre erano in giro.

– Abbiamo fatto la nostra parte, – ripeteva due o tre volte, – i nostri anni li abbiamo fatti.

Non si voltava a parlare, guardava diritto davanti a sé al modo dei vecchi: è la loro maniera di guardare indietro.

Lo ascoltavo come ascoltare la radio: le stavo appresso, un cassone grande due spalle del vecchio, che quando si metteva a parlare faceva la voce dell’annunciatrice, della lezione di canto; io prendevo tutto, l’ora della donna, il Nabucco, e sonnecchiavo, erano ore quiete da far passare; per niente al mondo avrei rinunciato a una sola parola, prendevo anche la tosse del vecchio, se era lui a parlare; se taceva, era una radio muta, faceva compagnia lo stesso.



3

Ero un gatto imparziale: se mi chiamavano andavo, che fosse il vecchio o un altro, purché ci fosse un motivo. Oppure aspettavo che venissero loro da me. Aspettavo e dicevo «stiamo a vedere».

L’annunciatrice chiamava per sapere se erano in casa: se Nabucco o sua moglie erano in casa, evitava di scendere. Chiamò ancora una volta, gridò «c’è nessuno» ma non ricevette risposta. Allora scese le due rampe di scale e andò diretta in cucina: la caffettiera era pronta sul fornello, bastava accendere e aspettare. Riempì anche la mia scodella, acqua tiepida e latte mescolati, ma non mi faceva voglia, il latte a quell’ora non mi diceva niente. Non insisté, si guardò attorno in cucina; prese una scarpa della maestra di canto e la infìlò al piede: le stava un po’ larga ma si vedeva che il modello le piaceva, si guardò davanti e di fianco per convincersi; io potevo giudicare soltanto da dietro, ero seduto al posto del vecchio e aspettavo che l’annunciatrice si girasse: calcolavo che per spegnere sotto il caffè dovesse per forza voltarsi. Adesso aveva preso in mano tutte e due le scarpe e le rigirava tra le dita per accertarsi che fosse pelle buona, non saprei dire se le trovasse ancora di suo gusto, poteva darsi di sì come anche di no: l’annunciatrice era l’unica persona in casa, di cui non andassi mai proprio sicuro: l’avevo conosciuta che era poco più grande della salvia, mi avevano detto «questa è la bambina», e io annusandole le ginocchia – le sue ma più in piccolo, allora – mi ero chiesto da quel primo incontro «non sarà poi un gatto». Ebbene, in tanti anni vissuti insieme il dubbio mi è rimasto.

Il caffè era pronto; l’annunciatrice stava per portarlo al padre, quando il padre entrò in cucina con la cassetta degli arnesi; non l’avevo sentito avvicinarsi nemmeno io: nel borbottare del caffè era difficile indovinare il passo delle ciabatte. Non saprei descrivere la destrezza con cui l’annunciatrice all’apparire del vecchio infilò sotto la maglia la scarpa rimastale in mano. Mi sedetti sul tavolo dietro la zuccheriera per cedere il posto al vecchio; mi interessava anche di seguire la conversazione da vicino: dopo tutto ero al corrente di quel gonfio superfluo tra i seni dell’annunciatrice.

Capitava di rado che il vecchio bevesse in cucina il caffè delle undici; di solito glielo portavano nelle sue stanze, dovunque si trovasse, in giardino: lui beveva in due sorsi, assorto nel lavoro da finire; diceva grazie posando la tazzina vuota, lo diceva con le labbra bagnate di caffè e riattaccava subito a sorvegliare le rose o a far qualsiasi cosa.

Messo così com’ero, sul tavolo, mi stava davanti la faccia del vecchio e la sua voce con quel gusto di caffè. La voce dell’annunciatrice invece mi veniva dalla schiena; ogni volta che parlava c’era anche un po’ di scarpa a parlare; disse:

– Non si poteva aiutarti?

Glielo chiese strascicando le parole, senza sapere che lavoro avesse fatto suo padre, di là.

Il vecchio ribatté presto qualche cosa: non gli piaceva rispondere, soprattutto il mattino; se parlava, parlava per conto suo.

– Si sentiva il baccano fin lassù, – continuò l’annunciatrice.

Lassù voleva dire il piano mansardato: da quando Nabucco si era sposato, lei abitava lassù; ma la cucina era la stessa per tutti.

La voce davanti aggiunse qualcosa di breve; quella dietro fu pronta a continuare, ma più a lungo questa volta. Poi parlò di nuovo il vecchio, poi la figlia, poi credo che parlò soltanto il vecchio; o forse tossiva senza più parlare, io mi svegliavo e mi orientavo subito, la tosse davanti, il silenzio dell’annunciatrice dietro; ero convinto che la mia presenza facesse loro del bene.

L’annunciatrice ogni tanto faceva il conto delle mie vertebre, le strofinava a una a una con la punta delle dita, probabilmente senza accorgersi; la lasciavo fare, era un gesto abituale simile a quello di arrotolarsi e srotolarsi una ciocca di capelli; doveva avere le mani un po’ umide, poteva darsi che si fosse appena alzata dal letto.

Mi voltai ad annusarla in faccia, ma sentii più forte l’odore della scarpa nascosta; allora gironzolai per la cucina senza meta alcuna, le mattonelle sapevano di pulito; mi diressi adagio verso il corridoio, forse per salire in camera dell’annunciatrice. La pendola faceva il rumore di sempre di fronte ai soprabiti appesi, agli ombrelli: c’era da perdersi a guardar dentro: non che mi illudessi di fermare il meccanismo, era impossibile da dietro il vetro; ma a metterci il muso contro, lì tra il pendolo d’ottone e la chiavetta, in quelle oscillazioni del tempo, minuto per minuto, io vedevo scaturire l’essenza delle cose; vedevo l’anima di un gatto, non corpo o fiato ma una parvenza di peli e baffi scuri appena riconoscibile, il brillio di un’iride, mi scostavo e si scostava; ne usciva l’anima di un soprabito, non materia non stoffa ma il volto dell’immobilità, l’idea di un ombrello, c’era e non c’era, bastava un niente e svaniva.

Salii le scale di corsa, adesso ero deciso e non mi voltai più indietro. Al pianerottolo del primo piano mi parve di intuire lo sbadiglio di qualcuno, non ricordo, salii difilato in mansarda: eccola: c’era, era contro la lampada ma non potevo raggiungerla, saltai sul davanzale per tenermi pronto, il davanzale era stretto, ingombro di cose, nella furia rovesciai il portacenere; cadde a terra ma non credo si rompesse, la mosca intanto fece tre giri verso il lavandino, tornò sulla lampada, ormai la seguivo da vicino, era questione di secondi, cercò un’uscita, cercò la luce del giorno, annaspò contro il vetro e fu mia; mi guardai attorno, la lasciai libera e di nuovo raggiunse la lampada, con più foga adesso, la ignorai, il colpo era sicuro, diedi un’occhiata al letto, era ancora arruffato, la seguivo con lo sguardo, era sul comodino e passeggiava tranquilla sulla sveglia; anch’io aspettavo, mi ero sdraiato per terra e sentivo i muscoli indolenti, mi sentivo la voglia di fare il gatto giovane che si rotola per terra, presi la mosca, volevo rotolarmi sotto i suoi occhi, la sputai sul tappeto a tre centimetri di distanza, era ancora viva e cominciai a stendermi e stirarmi sulla schiena, mi spostavo su di un fianco spingendomi con le zampe, mi piaceva mantenere quei tre centimetri né più né meno; e quando sentii salire l’annunciatrice, infilai la mosca in bocca, doveva essere un fiore all’occhiello.



Anna Felder, La disdetta, © 1991, Edizioni Casagrande SA, Bellinzona; pp. 7-8, pp. 14-18